L’in-felicità del PIL

L’in-felicità del PIL

Secondo alcuni teorici lo sviluppo economico avrebbe dovuto portare la felicità a tutti quanti ma sempre più ci si rende conto che l’aumento del PIL, risultato del continuo consumo di risorse o della semplice speculazione finanziaria, non è per niente legato all’aumento di felicità.

Inoltre, il predurare dell’attule crisi economica, iniziata alcuni anni fa e che sempre più sta scuotendo l’intera Europa, sembra dirci che questo sistema fondato sul continuo sviluppo dell’economia oltre a non garantire la felicità non sia nemmeno sia in grado di sostenere la sua stessa sopravvivenza.

Purtroppo il sistema politico, il sistema economico e i  media,  come sotto ipnosi, continuano la loro propaganda tutta tesa ad una riduzione dei costi, un aumento della produttività e uno sviluppo dei consumi come come soluzione alla crisi.

E il problema si fa sempre più difficile da risolvere: come sarà possibile aumentare i consumi se le politiche fiscali ed economiche dei vari governi sono tutte protese ridurre stipendi e lavoratori, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato?

E noi singoli cittadini che cosa possiamo fare per difenderci in questa situzione? Qualche suggerimento ci viene da Leonardo Becchetti, docente di Economia all’ Università Tor Vergata di Roma, che ci fa ricordare una cosa molto importante e praticamente da tutti, o quasi tutti dimenticata: ogni giorno sentiamo parlare della legge del mercato come se queste leggi fossero leggi di natura e come se il mercato fosse un’entità superiore e invincibile alla quale dobbiamo sottometterci.

In realtà il mercato è frutto dei nostri comportamenti quotidiani, ognuno di noi è parte del mercato e ognuno di noi può decidere, con semplici azioni quotidiane, che la sua felicità è legata ad un altro sistema.

Invece di continuare a sostenere un sistema che per sopravvivere è costretto a  produrre merci, che devono ben presto trasformarsi in rifiuti, ciascuno di noi può dedicare il suo tempo e le sue  risorse a produrre relazioni sane con i propri simili e con l’ambiente che ci ospita, relazioni che costano molto meno delle merci e che invece di trasformarsi in rifiuti si trasformano negli elementi costitutivi della nostra felicità.

Quando Aristotele sosteneva che l’essere umano è un animale sociale, forse intendeva proprio questo, è nello sviluppo e nel continuo miglioramento delle proprie relazioni sociali che l’essere umano trova il suo compimento e la sua felicità, non nel possesso di 4 smartfone.

Leonardo Becchetti spiega tutto in modo molto chiaro e semplice nel video che trovi   a questa pagina

 

4 comments to L’in-felicità del PIL

  • Letizia

    L’argomento mi interessa quindi commento volentieri.
    Una domanda: ma una madre di due figli con un mutuo come fa? Dove lo trova il tempo di riprogrammarsi, escogitare nuove strategie quando è immersa in una realtà che non glielo permette? Faccio un esempio: sono diventata vegetariana. L’ho detto alla mia migliore amica. Lei mi ha risposto: ok giusto ma io lavoro otto ore al giorno, a pausa pranzo vado da mia madre che cucina anche per mia figlia, non posso dire a una donna di quasi settanta anni di non cucinare carne. L’ho capita, perchè io, pur non avendo la sua situazione, trovo difficoltà nel far passare le mie scelte nel quotidiano.

  • Daniele

    Ciao Letizia, dice il saggio “Se fai quello che hai sempre fatto continuerai ad ottenere i risultati che hai sempre ottenuto” non possiamo pretendere che i mondo cambi ma dei piccoli cambiamenti noi possiamo farli e fare anche un semplice, piccolo cambiamento è molto importante perchè ci fa capire che, contrariamente a quanto pensiamo, è possibile cambiare e il farlo con una piccola cosa ci stimola a farlo anche con una cosa più grande e più importante: non è semplice dire ad una donna di 70 anni di non cucinare della carne ma a pranzo si può mangiare della frutta.
    Hai scaricato l’e-book del Pasto degli Dei?

  • L’Università pubblica italiana come laureificio baronale e di casta, famigliare e parentale di dottori inutili ovvero come

    centro di ricerca a disposizione delle imprese del territorio in cui insiste?

    A quando una Università dell’Olio e dell’Olivo?

    A quando una Università della Pasta e del Pane?

    A quando una Università delle Mozzarelle e dei Formaggi?

    Le università pubbliche nei territori che le accolgono si sono dimostrate dei corpi estranei alle vocazioni socio-economiche

    territoriali, avverse e sorde alla produttività ed alla ricerca integrata alla economia locale.

    Non si sono dimostrate volano per lo sviluppo ma solo appendice costosa e dannosa.

    L’università pubblica è autoreferenziale e nutilmente costosa.

    L’università generalista ha i giorni contati.

    L’università della ricerca legata ed innamorata alle vocazioni territoriali è il solo futuro possibile.

    Pare sia arrivata l’ora di uscire dalla convegnistica ed entrare nel vivo di una piattaforma agro-alimentare supportata e

    garantita dalla ricerca universitaria.

    Altrimenti, questi laureifici baronali possiamo anche chiuderli e risparmiare un sacco di denari dei contribuenti.

    E se le università non producono ricerca utile alla economia reale, possiamo chiuderle, senzadubbiamente.

    Il patto fra società e università pubblica è dedinitivamente rotto.

    http://www.ilcittadinox.com/blog/universita-produttivita-una-difficile-conciliazione.html

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

  • Daniele

    Penso proprio che tu abbia ragione, almeno al 90%

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